Come cristallo

Apristi  di scatto la porta della sala, forse eri in lieve ritardo o forse noi  eravamo tutti in anticipo, il primo giorno del corso di disegno. Facesti una rapida carrellata dei visi che ti guardavano, tutti erano già seduti intorno al tavolo al centro del piccolo locale. Sorvolasti su ognuno, anche su di me, ma per un lungo attimo ci siamo guardati. Ero seduto nella fila di sedie dal lato della porta, e oggi posso dire che forse ero davvero in largo anticipo. Come avresti capito poi, imparando a  conoscermi, non ero mai di fretta, in quel periodo della mia vita. Se c’era un evento importante nella mia giornata, ne diventava protagonista, mi organizzavo intorno a quello. Non che non avessi niente da fare, ma mi prendevo i miei tempi. Spesso al mattino avevo un programma ma finivo per fare solo una o due cose fra quelle che mi ero prefissato, e per me andava bene così. Se non riuscivo a organizzarmi rimandavo a domani, con un’alzata di spalle. Portavo avanti solo pochi e selezionatissimi impegni. A te sembrava che perdessi tempo, che non agissi abbastanza. Io invece avevo bisogno di tempo per pensare.

Il corso di disegno,  invece, lo avevo desiderato. Ero attento, puntuale, produttivo. Non mancai a nessun incontro.

Di quel primo lungo attimo ricordo i tuoi occhi che bucarono i miei. Non te lo dissi mai, ma mi avevano colpito. Non potevo dirtelo; avevi quell’aria di superiorità divertita con me, ma era il gioco fra di noi che si attuava così, non c’era nessuna base di verità. Piaceva a entrambi, a te fare la femme fatale e a me quello che non conosceva neanche una regola di corteggiamento e che disprezzava certi cliché e bon-ton, ma che in fondo si lasciava ammaliare. La principessa e il primitivo. Nessuno dei due fu pronto a buttare il gioco all’aria per lungo tempo, finchè non diventammo altro.

Non si trattò di simpatia o di curiosità. Non so dirlo esattamente cosa mi trasmisero in quel momento i tuoi occhi. Guardandoti, ancora in piedi davanti alla porta, bianca, luminosa, quasi altera, mi sentii come risucchiato. Ma percepii netta la sensazione che tu fossi un mio simile, una che stessi aspettando per fare un pezzo di vita insieme. Proprio lì, in quella sala con poche pretese che dava direttamente sulla strada su cui passava il tram col suo rumore assordante, in quel pittoresco quartiere alla periferia di Roma. Ero seduto sulla sedia di lato rispetto allo schienale, con i piedi sul piolo, rivolto verso l’entrata. Un po’ ricurvo, senza atteggiamenti, senza niente. Avevo portato solo me stesso, con le mie armature, la mia purezza e i miei occhi profondi, come poi avresti detto di me ricordandoti del nostro primo incontro. Oggi forse ne rideresti; diresti che sono cambiato, più sicuro, ma che sono pur sempre tanto sensibile dentro quanto duro fuori.

Quando mi hai guardato, hai abbozzato un sorriso in risposta al lieve movimento laterale delle mie labbra dischiuse, e iniziai a percepire il sottile brusio delle parole che tessevano il filo che poi ci avrebbe uniti. Mentre lo vedevo comporsi quasi contro la mia volontà, senza nessun chiaro incoraggiamento o pensiero preciso da parte mia – ciao, lo so che potrebbe sembrare strano… ma qualcosa mi dice che andremo d’accordo, anzi di più, sento che ci assomigliamo e che ci capiamo io e te –  ti sei seduta nell’unica sedia rimasta libera, dall’altro lato del tavolo, di fronte a me, e mi hai sorriso apertamente. Quello che stava accadendo sapeva di riconoscimento, di identificazione, sensazioni che ci lasciavano increduli mentre ci studiavamo dai due lati del tavolo con un sorrisetto involontario. Ancora non sapevamo che le parole ci avrebbero inondato, da quel giorno in poi.

Non si trattava di quel tipo di parole che prendono il posto dei fatti. Non parlavamo per non agire, ma perché adoravamo ascoltarci. Era il nostro momento per scavare nell’animo dell’altro e rintracciare dei punti fermi, per dare voce a ciò che solitamente  era taciuto o solo intuito. E non parlavamo solo di noi, ma ci esprimevamo su tutto quello che ci circondava, con teorie, impressioni, percezioni degli altri, del mondo, dell’amore e della vita. Era un piacere sublime perdersi così: più forte del piacere della carne e più profondo del coinvolgimento mentale. Era anche oltre l’amore.

Uscendo dalla sala, alla fine della prima lezione, ti incamminasti verso la macchina. Io salutai tutti e affrettai il passo in strada per non perderti di vista. Feci appena in tempo a chiederti, mentre eri già al volante, quel passaggio. Ci guardammo, per la seconda volta. Io in piedi con la testa infilata nel finestrino mezzo aperto, tu seduta, con il motore ancora spento. Sono salito a bordo, ed era la cosa più naturale.

“Già ti volevo bene” mi dicesti poi. Anch’io; avevi il viso di una sorella, di un’amica, di una donna da desiderare, ma soprattutto di una simile a me. Saresti diventata molto di più.

Allora non sapevamo che la nostra era un’affinità elettiva, viscerale.  Ma l’avremmo scoperto.

Nella consapevolezza che tutto può finire, oggi quella sensazione è rimasta viva. E’ l’identificazione e la comprensione profonda di ciò che si cela dietro ai tuoi occhi, gli stessi della sera che  entrasti in ritardo in quella sala. E’ una sensazione che neanche la sofferenza e le ostilità possono offuscare.  Come cristallo che si incrina, ma che non si  rompe in frantumi.

Alessandra Guenci

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