Un insolito ritorno

Non ci sono dubbi che il paesino non sia niente di che. È semplice, curato, ma a questo tipo di bellezza, a questa natura pressoché inviolata, non siamo più abituati.
Lo abbiamo girato in lungo e largo, osservandolo prima dal punto panoramico in cima al castello, con le cime innevate dell’Appennino sullo sfondo. Poi camminando lungo il corso del paese, dove fra una macelleria, una tabaccheria e un bar, si snoda il centro. Cambiato il punto di vista, non abbiamo colto sensazionali novità. Anzi il centro è quasi commovente, nella sua povera e autentica semplicità.
Il “rudere” come lo chiamano a casa, è in fondo a una piccola strada in discesa che parte dal corso. Sopravvive a ridosso del Volturno, il fiume per cui il paese è famoso. Sopravvive perché chi sa se decideranno di abbatterlo, avendo la nostra famiglia rifiutato di occuparsene. Per ora è ancora lì la nostra eredità, dopo tanti anni dal terremoto dell’Irpinia.
Il Volturno scorre con la sua dolce musica, mi viene da immaginare per un attimo come sarebbe stata un’estate qui a tredici anni, poi il pensiero si confonde fra altri. Tina dice che il casale sarebbe bello risistemato. Dario è il più entusiasta, già immagina la ristrutturazione, e io immagino lui seduto vicino alla riva del fiume, nelle sue ore di solitudine. Forse proviamo tutti a immaginarci lì, in quel posto nuovo e antico, dove ci sono le nostre radici, ma inesorabilmente estraneo. Forse tentiamo di instaurare un legame, intrattenendoci al bar per un aperitivo che arriva senza patatine, chissà forse da queste parti le patatine le paghi a parte. L’unico ricordo di quel paese, che io e Tina condividiamo, è di circa trent’anni prima, quando tornando dalla montagna dopo una gita in famiglia, percorremmo la strada che si affaccia sulla vallata in cui sorge. I nasi schiacciati sul finestrino, guardammo entrambe il castello incastonato nella roccia, alla nostra sinistra.
Ci affacciamo dal macellaio per chiedere di Domenico, cugino di nostra madre, che ancora vive lì. Il macellaio sorride, è cordiale, ci porta in strada a indicarci la casa malmessa di Domenico, ma lui non c’è. “È a Roma, verrà a maggio”. Pazienza, grazie tante. Salutiamo e proseguiamo.
Il silenzio è sovrano, la calma che lo scenario trasmette fa bene all’anima. Ci scambiamo sorrisi e condividiamo qualche commento, avvolti nei nostri abiti scuri di città, nascosti dagli occhiali da sole. Ma è soprattutto la quasi assenza di persone a colpirci. I pochi scambi di battute sono fra due giovani, in piedi davanti la tabaccheria, e una donna che dall’interno del negozio grida dei numeri con aria di vittoria. “Quarantacinque!”
È la gioia che dà un gratta e vinci fortunato, un sabato mattina.
Per il resto, tutto è fermo.

Non so quasi niente di te, cresciuto in questo posto sperduto nel Molise. Quel poco che ricordo lo associo alla tua casa di Roma. Per me sei sempre a capotavola del lungo tavolo di marmo, in sala da pranzo. Ricordo che le guance mi prudevano quando ti baciavo per via della barba e dei baffi ispidi.
E che sei stato tu per primo a farmi vedere un treno dal punto in cui, nel Parco degli Acquedotti, si scorge la ferrovia. Poi andavamo in pineta a raccogliere i pinoli e tornavamo a casa a mangiarli, le mani nere il nostro comune segreto.
Ora che sono venuta nel tuo paese d’origine non riesco a immaginarti qui. Sono gelosa dei miei ricordi dove ci siamo entrambi, in questo paese non c’è niente che ci lega. Ti immagino che cammini e interagisci con la gente del posto e che ci incontriamo quasi per caso, noi adulte e tu com’eri trent’anni fa. E che con la voce bassa che ricordo appena, nella tua calma risata, ci dici qualcosa che somiglia a un benvenuto nelle tue umili origini.
Allora nonno, grazie dell’invito, ci ha fatto piacere venire. Nonostante tutto sappiamo qualcosa di più di te e di chi sei stato. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia, ma siamo arrivate.
A presto.

Alessandra Guenci

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