Pienezza

Da poco è uscita dall’ospedale e ora è a casa. Ieri sera ho ricevuto una sua mail. Mi scrive che in questi giorni di ozio in cui si perde più che mai nei pensieri, si è resa conto che quello che le sta succedendo ha dell’unicità. Non l’intervento in sé ma tutto questo periodo di immobilità è un momento unico nella sua vita. Ha tempo. Tanto tempo. Fa poche cose, alcune sono quelle che preferisce. Leggere, divorare film, informarsi su quello che le interessa su internet, ad esempio sui viaggi che vorrebbe fare. Ha già un’idea di itinerario per quando un giorno potremo andare in Giappone. Sui posti fantastici e sparsi per il mondo dove vorrebbe che fosse la sua casa. Vicino alla riva di un fiume oppure in un bugigattolo di appartamento in una palazzina di New York, con la vetrata che dà sulla strada come se ne vedono di continuo nei film americani. Ascolta la musica, cura le piante in balcone, esce, ogni tanto, per una camminata nel parco. Non fa cose che non le piacciano – anche dover cucinare e occuparsi della casa le piace, a differenza di me. Nella praticità, nel mettere ordine, trova soddisfazione, mi dice. Non le piace il mal di schiena, la fa sentire proprio convalescente. Invece le mancano le cose che non può fare; la lezione di ginnastica, andare in centro e camminare per ore, da sola o insieme, bere un bicchiere di vino, guardare le vetrine. Le manca di relazionarsi, e per questo, anche andare a lavoro.
Su internet leggo i forum dove scrivono le donne che hanno avuto il suo stesso problema. Mi ha accennato di averlo fatto anche lei, ma ne parla poco. Mi sono stupita di molti dei loro racconti e ho tentato di immaginare chi ci fosse dietro, chi fossero quelle donne che hanno scritto, che vita abbiano, come hanno reagito, se oggi a distanza di tempo dall’operazione hanno ottenuto quello che volevano. Tutte, chi più chi meno, con il desiderio di un figlio. Spesso mi ha detto di non voler sopravvalutare l’entità di quello che le stava capitando, emotivamente, intendo. E invece mi accorgo che nel mondo le donne con il suo stesso problema hanno fatto di più. Ne hanno parlato su internet, in un forum, sfogando lì le loro ansie, le preoccupazioni. Hanno dato voce senza troppi fronzoli ai dettagli pre e post operatori, senza risparmiare quelli dell’operazione stessa. Hanno dato sfogo alle loro paure riguardo alle possibilità future di avere figli. E non perché l’intervento in sé le limiti, ma perché spesso si tratta di donne che a quarant’anni non sono ancora diventate madri per la prima volta, e per di più sono arrivate a quell’età senza un uomo accanto con il quale fare un progetto di vita, o che fosse vicino a loro anche solo temporaneamente. Come nel suo caso. Mi chiedo se esistano donne veramente diverse nel desiderio di un figlio, anche fra quelle che sostengono di non desiderarne. Per ora non l’ho capito. Non so neanche io in quale gruppo mettermi, pur avendo un uomo al mio fianco.
Continuo a leggere la mail. Dice che ha tempo a disposizione, tempo da vendere, ma non è come in vacanza, perché ha orari da rispettare come in una sorta di libertà vigilata. E dice di fare cose diverse da prima della convalescenza. Va al supermercato in tuta, senza un filo di trucco. Lei, che solitamente mette il rossetto anche per andare a fare la spesa. Ora è come se indossasse un’uniforme che deve tenersi addosso per un po’. Come l’altro giorno, quando siamo andate insieme al mercato. Evitava gli sguardi degli altri, indossava gli occhiali da sole in mezzo alla gente. E’ come se portasse il suo essere convalescente anche fuori casa. Vive ai margini di quello che c’è fuori per tornare in fretta a quello che la riguarda.
Nella mail mi parla di una donna incontrata in ospedale, di cui non mi aveva detto nulla l’ultima volta che ci siamo viste. Non conoscerà mai il suo nome, dice, ma ricorderà sempre i suoi occhi. Scuri, allungati. Vivi, lucidi, profondi. Una donna con un bel viso in un fisico corpulento, curata in ogni dettaglio dalle sopracciglia alla punta delle scarpe. L’abbigliamento casual-elegante, la gonna che lasciava scoperte ginocchia e caviglie un po’ grosse. Sedeva composta sulla panca della saletta di attesa del reparto e si intratteneva in una discussione animata con una signora più anziana, restando sempre composta, impettita, la postura rigida sulla panca e al contempo un atteggiamento cordiale e disponibile. Lei le sedeva di fronte mantenendo un atteggiamento distaccato, stringendosi nell’angolo della panca con il muro. Nel tentativo di distrarsi dai pensieri, ogni tanto provava ad afferrare i temi del loro discorrere, ma dopo pochi scambi di battute perdeva interesse, abbandonava l’impresa e tornava ad assentarsi. La donna parlava con l’altra signora, ma ogni tanto la guardava. Dava importanza alla sua interlocutrice ma non si dimenticava di lei, seduta in quella stanza con loro, in disparte. Le sembrava che gli occhi della donna le bucassero l’anima quando li incontrava dopo aver vagato inutilmente con lo sguardo nella piccola stanza, dai libri sullo scaffale alla sua destra alla finestra da cui filtrava la luce dell’inverno ormai sul finire, alla sua sinistra.
“Bisogna essere pronti a rivedere i propri progetti di vita”. Mi scrive proprio queste parole. Questo le disse la donna, quando la vide piangere. Pochi istanti prima si era alzata perché l’infermiera l’aveva chiamata. Nel salutare le due donne, che contraccambiarono il saluto chiedendole some stava, era crollata. Raccontò brevemente perché era lì, ma non si limitò a quello. In pochi secondi si aprì come se di fronte avesse avuto due sorelle, due amiche di infanzia, due madri. Fu come se la spinta della sofferenza fosse troppo forte, incontrollabile, tanto da non esitare a venir fuori neanche di fronte a due estranee. In quel momento si era sentita un tutt’uno con la sua resa e con l’accettazione del passato e del presente, consapevole di dover trovare da sola la forza, non perché si è soli, ma perché la spinta decisiva a cambiare la rotta può venire solo da noi.
Scrive, continuando il racconto, che aveva accennato brevemente alla sua vicenda e la donna, che era lì per una visita di controllo, le raccontò la sua. Dal modo in cui disse “mio figlio” riferendosi al bambino che le rivelò di aver adottato con suo marito, dalla luce che aveva negli occhi e dal pathos che metteva nel parlare, secondo lei poteva essere una di quelle donne che apparentemente non sentono una mancanza nel non essere diventate madri in modo naturale. Invece lei si è chiesta cosa provasse davvero, e me lo chiedo anch’io, ora, se c’è una differenza. In ogni caso ringrazia quella donna, per aver capito che era in difficoltà in quel momento. Perché, scrive chiudendo la mail, nei minuti immediatamente precedenti al ricovero si è sentita davvero persa come non le era mai accaduto prima.
Penso a quanto sia facile, a volte, dare conforto a qualcuno, se si ha coraggio. Mi chiedo se io le sia stata altrettanto di conforto.

Oggi, a casa, quando ormai il peggio è passato la vado a trovare, ogni tanto. Mi ha detto che a volte le sembra di impazzire, tanto è stanca di stare ferma. Poi ritrova i punti di riferimento di cui si è circondata per affrontare questo periodo, ma ogni tanto perde le staffe come in uno strano delirio. E durante questa staticità forzata della convalescenza, durante questo periodo di passaggio, mi ha rivelato di aver capito quanto sia possibile e facile dimenticare. Quando si tratta di brutti ricordi il tempo necessario è davvero poco. Non c’è possibilità di equivoco a riguardo, è così istintivo per la mente collocarli. Bianco o nero, mi ha detto guardandomi seria. Non si tratta di dimenticarli proprio del tutto, confluiscono in una sorta di camera dedicata dalla quale siamo noi a decidere se farli uscire o meno. Riusciamo a gestirli diversamente dai ricordi legati a situazioni sospese fra il bello e il brutto. Ed ha aggiunto che è facile anche riconoscere e trattenere i momenti significativi come l’incontro con la donna della sala d’attesa, che nonostante la punta di dolore che procurano, ti lasciano addosso una verità che ti illumina. Mi sembra di vederla diversa effettivamente, lo sguardo chiaro e limpido come il cielo oggi, mentre fa l’ironica e ridacchia delle sue disavventure. Spero che lo sia davvero.

Il futuro dovrebbe essere così. Disseminato di eventi che si possano collocare chiaramente nella camera giusta. Ricordi da classificare senza esitazione fra quelli giusti o sbagliati, definire belli o brutti, ricordi da tenere vivi con dolcezza o per i quali provare distacco. Senza sfumature. Perché poterli definire dà una certezza assoluta di comprensione. Sì, la vita è piena di sfumature fra il bianco e il nero, senza le quali si perderebbero alcuni capitoli importanti. Ma troppi ambiti si piegano all’accettazione di un compromesso, e spesso è solo una scusa. Perché la pienezza sta proprio lì, nella consapevolezza di un’impressione, di un sentimento, di un’opinione, di un desiderio. Sta nel riconoscimento dei fatti che accadono, dei segnali che le persone ci mandano. Sta nel saper essere in grado di scegliere, quando è il momento. Nel bene e nel male.
Questo non me l’ha detto, ma lo so che lo pensa almeno quanto lo credo io, mentre mi guarda con i suoi occhi taglienti, e parliamo.

                                                                                                 

                                                                                             Alessandra Guenci

Advertisements

2 thoughts on “Pienezza

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s