Caffè

Una mattina D chiamò R al telefono e dopo pochi convenevoli arrivò subito al sodo:

“Pensavo che potremmo prenderci quel famoso caffè.”

R restò zitta per qualche secondo.

Davanti a sé rivide una carrellata di momenti poco felici di loro due insieme.

Di caffè, ne avevano già presi un bel po’. Ma in cuor suo se l’era aspettata anche questa volta, una riapparizione. Perché lui era fatto così, loro erano fatti così.

“Ma che senso avrebbe ora? Sei sparito per mesi.”

“Metterci a tavolino, parlare, capire se in questi anni abbiamo solo scherzato”.

“Io non ho scherzato”.

“Come stai messa nei prossimi giorni, ti crea problemi? Altrimenti la prossima settimana.”

Lei sentiva la sua voce e lo immaginava al telefono in quel momento, durante la pausa lavoro, in piedi nel corridoio della scuola, con una mano sull’orecchio libero per isolarsi meglio.

“Possiamo fare domani dopo la lezione, alle otto.”

 

La sera dopo lo stava aspettando già da qualche minuto, quando lo vide arrivare. Mentre D era ancora in macchina, si chiese cosa fosse uguale e cosa fosse diverso da prima, in lui. Infatti, si aspettava che qualcosa la colpisse in modo particolare, ad esempio di non riconoscere bene i tratti del viso, o la sua voce; che qualcosa si manifestasse come un chiaro segnale per darle una sensazione concreta di distanza, o all’opposto, di riconoscimento immediato. Invece non ci fu nulla di tutto questo. Nella strana neutralità delle sue impressioni, tutto sembrava come al solito; era sempre lui nei suoi pantaloni stretti, nella maglia nera, gli occhiali in testa fra le onde castane lievemente imbiancate sui lati.

“Ti sei invecchiato” fu tra le prime cose che gli disse. E forse non fu di buon auspicio, perché avrebbe potuto rinfacciarglielo, che era stata sgarbata. Ma lui non aveva mai capito la sua ironia. In realtà, non si erano proprio mai capiti.

Anche lui la trovò invecchiata, ma non glielo disse. La trovava bella come al solito; secondo lui, una bella donna è bella a tutte le età, glielo aveva detto tante volte.

La serata, in un ristorante del quartiere, fu priva di particolari emozioni. R di solito si lasciava sopraffare dall’aspettativa invece di vivere il momento. Così, durante la cena pensò “che cosa succederà ora? staremo insieme questa volta? Ma noi, ci amiamo davvero? Posso alzarmi e andarmene via?” Ma non aveva risposte, fra i suoi pensieri più a portata di mano.

Trasalì quando lui le prese il polso dicendo “R stai tranquilla, sono sempre io, D, quello di sempre”.

Appunto, pensò lei.

Lasciò che la malvasia le si sciogliesse in bocca, e ricambiò il suo sguardo fisso su di lei. Quelle parole erano state il primo riferimento a loro due, un modo per introdurre il tema spinoso della loro relazione e di quello che restava della loro complicità. Ma lei non lo aveva accolto, quel tentativo. Aveva sorriso, continuando a tacere.

Era stanca quella sera, ma non assente.  Anzi.

Si rendeva conto di non riuscire a farsi un’idea precisa di quanto stesse accadendo in quel momento, e che questo, in un certo senso, era strano.

“Come posso non avere idea di cosa siamo, proprio ora?” Si chiese. Eppure, era così. Interrogava le sue emozioni, cercava di sentire più a fondo, scavava, estraniandosi da alcuni periodi della conversazione. Niente. Il cuore era regolare, la pancia era calma. Era più l’aspettativa il problema da gestire, che il momento presente. Perché per quanto non fosse precisa, l’idea era che tra loro fosse ormai tutto appannato, smorzato, senza slancio.

Ma la sua capacità di ricezione era alta e registrò ogni dettaglio di lui, camuffata dietro alle occhiaie che la volevano mezza addormentata; lui non l’avrebbe detta così vigile, lucida.

Le sue parole le arrivavano bene, chiare, nella loro superficiale fluidità, mentre passava da un argomento all’altro. “Quest’estate non penso di partire. Sto prendendo delle lezioni di surf… ogni tanto mi faccio un fine-settimana fuori …me la passo così quest’anno.”

Lei annuì.

Notò il gesto familiare della mano che portava fra i capelli con il suo fascino vanesio. Ascoltò con attenzione i racconti dai particolari ambigui sul suo recente passato. “…Anche il mio sogno romantico è svanito…a Londra è finita. Non c’è più niente.”

Non le sfuggì nulla.

Anche per D fu tutto insolito. Erano bloccati in una dimensione nuova, nella quale erano loro e non lo erano, in un certo senso. E una cosa era certa: i loro corpi non rispondevano più. Erano solo pezzi di carne parcheggiati su delle sedie in un ristorante, stanchi dopo una giornata di lavoro, più protesi e curiosi e in cerca di risposte dall’altro che in grado di darne.

Lui sentì chiaramente per la prima volta che non l’avrebbe più rivista. Nel senso che non sarebbe più riuscito a vederla come prima, a sentirla. Forse, avrebbero preso ancora un aperitivo. Oppure, un caffè. Ma non avrebbero spiccato il volo. Adesso, entrambi sapevano di non desiderarlo più, erano in ritardo di troppo tempo.

R sorrise mostrando interesse per la conversazione, che si era spostata su un film di Almodovar che in quei giorni era nelle sale, e il trasporto di D per il regista spagnolo la lasciò interdetta. “Non si può non riconoscere che sta lí la vera passione, cavolo.”

“È vero. Ma ignoravo proprio che ti piacesse, Almodovar.”

Al momento di uscire dal ristorante la mano di D sulla schiena di R fu un gesto di galanteria al quale lei era abituata, ma che la lasciò rigida, gelida, in quella sera d’estate. Continuò a fissare l’asfalto davanti a sé, fino alla macchina parcheggiata poco più avanti.

Si salutarono con un bacio sulle guance. D tenne gli occhi bassi nel dire “ciao”, lei si girò rapida per accorciare quel momento.

E non si videro più, proprio come avevano immaginato nei brevi e dolorosi attimi in cui, seduti al tavolo di quel ristorante, tra una sosta e l’altra della conversazione, erano riusciti a guardarsi negli occhi e a dirsi la verità, senza dire una parola.

 

 

Alessandra Guenci

 

 

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