Eucalipto

L’aria torrida mi leva il fiato stamattina,  sono uscita a camminare a mezzogiorno senza portare con me un po’ d’acqua. Ho il cellulare scarico e non posso ascoltare la musica ma mi infilo lo stesso le cuffiette. Così spero che il mondo non si accorga di me, o almeno non mi consideri.

Mi pongo come obiettivo le case della strada sterrata al di là  della Portosello, ma ho paura dei cani che potrebbero circolare liberi fuori dai loro recinti, bastardi i loro padroni. Vediamo che succede. Mi inoltro camminando sullo sterrato che fiancheggia la strada troppo stretta, le macchine mi sfiorano quasi al passaggio, corrono.

Su Via di Colle d’Alba mi pervade il profumo degli eucalipto. Vicino casa mia non si sente più, gli alberi sono stati tutti abbattuti per far posto alle case. Ma appena fuori dalla lottizzazione è rimasto tutto uguale a tanti anni fa. E mi vedo a tredici anni su quella stessa strada, in bicicletta, in uno di quei giri solitari che facevo durante le fughe per ostentare indipendenza con la preziosa Graziella rosa. Il vento intensifica il profumo e così alcuni sprazzi di ricordi diventano più vividi; mi aspetto di vedere dopo la curva qualcuno dei miei vecchi amici che mi chiama per andare al tiro al piattello, a comprare un gelato.

Ma non c’è nessuno, ci sono solo io e questo profumo delle estati della mia prima adolescenza.

 

Mi fermo all’ombra di un eucalipto per defaticarmi e respiro a torace aperto. Vedo qualcuno dietro a un recinto, forse mi guarda incuriosito, ma non me ne curo e faccio un po’ di allungamenti.

Ci sei anche qui. Anche in queste stupida campagna priva di fascino, se non per noi nipoti di quella generazione di nonni che vi costruirono cinquant’anni prima. Mi piaceva aver fatto quella deviazione, al ritorno dal mare. Un po’ avevo temuto una tua critica che non avrei digerito facilmente, ero felice di portarti nei miei luoghi del passato. Gli eucalipto scuotevano le loro chiome al vento che qui soffia sempre, di pomeriggio. Invece hai detto “che bello, voglio tornarci in queste campagne” e avevo già immaginato di tornare insieme in un fine settimana di settembre, quando fa meno caldo, a passeggiare con le biciclette scassate di casa mia. Ti avrei portato a vedere quelle case ferme nel tempo sparse nelle traverse della  Portosello, alcune senza recinto e dai confini poco chiari, dove si vive ancora con semplicità e si suda nei campi. Mi era sembrato così strano passarci con te, come quando incontri qualcuno in un posto che non ti aspetteresti mai. “Tu! Che ci fai qui?” Così anche tu inaspettatamente eri lì con me, con le tue scarpe da ginnastica bianche, il tuo profumo di sandalo e salsedine. Ho sorriso per la gioia del tuo entusiasmo per una cosa che sentivo mia.

Adesso mi fa rabbia che questo posto sia stato segnato dal tuo passaggio, e realizzare che l’unica cosa che resta di noi è ancora una volta il tempo non vissuto, che cresce incessante alimentando l’album delle fotografie mai scattate.

Il fine settimana qui non ci sarà. Nessuna brace nel barbecue dietro casa. Prima del barbecue, non ci sarà la passeggiata sulla spiaggia della strada interrotta di cui ti ho parlato tanto, e al ritorno, la doccia fuori in giardino. Non apparecchierò in veranda per due, non accenderò gli zampironi. Dopo cena non osserveremo le stelle dalle sdraio dietro casa, coprendoci con i teli da mare, nella parte di giardino più lontana dove senza le luci accese è buio pesto. Avremmo fumato una sigaretta insieme, come d’abitudine dopo cena, la prima della giornata, e chiacchierato delle cose che succedono agli amici, quelle che ci fanno ridere fino alle lacrime. Avremmo pianificato la destinazione del prossimo fine settimana. Ma non ci saranno sigarette, né risate.

 

Butto fuori l’aria mentre a gambe divaricate, tenendomi la caviglie, guardo i campi a testa in giù. Ed eccolo, uno dei cani bastardi. Lo vedo scoprire i canini, mi abbaia vomitandomi la sua rabbia mentre io resto in quella posizione, ma mantiene la sua distanza, per fortuna. Forse non riconosce le mie sembianze umane. Sposto il peso sulla gamba destra, poi sulla sinistra, lui abbaia un po’ meno. Soffio di nuovo fuori l’aria e lentamente torno dritta, mi gira un po’ la testa. Mi giro e il bastardino, insoddisfatto, trotterella verso un cancello allontanandosi.

Raccolgo una foglia di eucalipto, la divido a metà e ne respiro l’odore balsamico, riparatore, buono. E mi incammino anch’io verso casa.

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