Sognando l’Irlanda – II. Strapiombi

Sandy guardava i prati che si estendevano a perdita d’occhio dal finestrino.

Mentre la macchina procedeva lungo la strada deserta, gli occhi erano fermi sugli stessi elementi, ripetitivi e potenti, del paesaggio: il verde dei prati che si estendevano in una languida dolcezza senza speranza, il cielo enorme e grigio. La sottile cortina di pioggia, che si ritirava solo ogni tanto senza alcuna possibile previsione, era come una patina opaca tra gli occhi e quello scenario. I prati stessi iniziavano a sembrare grigi, a sembrare cielo, poi ogni tanto un pascolo appariva improvvisamente.

Nell’auto non c’era molto più movimento. Tutti erano fermi ai loro posti, Sandy e Anto ai sedili posteriori, Seb e Rob davanti, come dall’inizio del viaggio. Ma a muoversi e crescere era la sensazione di attesa che riempiva l’abitacolo di tensione.

Le scogliere erano vicine, mancava poco più di un chilometro e loro stavano in silenzio, adesso, dopo che Ben Harper aveva risuonato con i suoi accordi nelle ultime due ore di guida, da Ring of Carry  fino alle Cliffs of Moher.

Sandy guardò rapidamente in direzione di Anto, gli occhi luccicanti tradivano l’emozione che cercava di soffocare per allinearsi all’atteggiamento stoico dei tre ragazzi, che neanche l’imminente visita alle scogliere, apparentemente, riusciva ad emozionare. Lui scosse appena la testa, doveva dominare tutto ciò, ma i suoi occhi lo tradirono quando per un attimo incrociò quelli di lei. Arrivati allo spiazzo con cui terminava la strada, fermarono la macchina vicino ad altre auto parcheggiate a casaccio. Sandy uscì rapidamente e il vento la investì facendole volare via la sciarpa di lana leggera. Si giró a guardarla ma era già lontana, piccola. Strinse le labbra e si girò verso la scogliera.

La cortina adesso era fatta di terra; socchiudendo gli occhi si incamminarono in avanti.

Finché all’improvviso la roccia delle scogliera non si stagliò di fronte a loro nella sua durezza.  Un’entitá fisica immobile, pesante ma allo stesso tempo libera, sembrava sospesa nell’acqua.

“Cazzo” Seb e Rob si scambiarono un’occhiata, con smorfie di stupore.

I quattro ragazzi, fra stupore, batticuore e un po’ di divertita paura, avanzavano piano, avvicinandosi sempre di più al bordo della scogliera.

 

“Dobbiamo sdraiarci per arrivare fino al bordo, c’è troppo vento per stare in piedi, è pericoloso!” disse a voce alta Sandy agli altri, quando mancavano ormai pochi metri allo strapiombo.

Gli sguardi emozionati, gli occhi sgranati, i tre annuirono mentre già si accovacciavano, chi infilando gli occhiali da sole per ripararsi dalla terra, chi abbassandosi la visiera del cappello.

“Hai i rasta tutti impolverati” disse Sandy a Anto, a voce bassa, scuotendo qualche ciocca di capelli dalla polvere, sorridendo appena.

Lui la fissò serio e le diede la sua sciarpa per permetterle di proteggersi un po’ di più.

“Grazie”, rispose Sandy, questa volta con gli occhi bassi, mentre si avvolgeva la sciarpa intorno al collo.

“Dai mancano pochi metriiiii!” Era Seb che urlava incitando tutti, anche dei giapponesi lì vicino a loro, che guardavano nella loro direzione, mentre strisciavano a pancia in sotto.

E finalmente erano al ciglio della scogliera, con i nasi che sporgevano nel vuoto. Potevano odorare la roccia umida, il muschio di quel  territorio aspro, duro, eppure così magico.

“Chiediamo a questi ragazzi se ci fanno una foto con dietro lo strapiombo!” disse Rob, e si girarono supini muovendosi goffamente.

“Scusate, ci fate una foto così? Dai Anto tira fuori la macchinetta” Chiese Sandy ai ragazzi giapponesi di prima.

“Dai che mi sto cacando sotto” Rob inebetito rideva e parlava.

Anto sollevandosi appena con le spalle porse la macchinetta al ragazzo giapponese più vicino, poi senza pensarci troppo incrociò le dita alla mano di Sandy che le stava a fianco; erano tutti e quattro sdraiati sulla schiena ora, le teste sospese sullo strapiombo, i corpi vicini, odoravano di terra e di vento, di lacrime, di risate, e urlarono “cheeeese”.

Dopo qualche minuto percorrevano di nuovo il sentiero fino alla macchina, la fame si faceva sentire, e al dire il vero qualcuno, sicuramente Rob, brontolava il bisogno di una birra.  Guardavano la strada, a testa bassa, nessuna nostalgia, apparentemente, per lo scenario che ancora si stagliava dietro di loro.

Solo Sandy si girò a guardare, un ultima volta, le scogliere; erano le uniche testimoni di quell’intreccio di dita, che con la stessa intensità di un abbraccio, ma in modo molto più discreto, aveva sancito una reciprocità di emozioni e liberato ciò che stava implodendo nello strapiombo dei cuori di Sandy e Anto.

 

Alessandra Guenci

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