La notte stellata

Il giorno che Lucilla arrivò in paese nel giro di pochi minuti la notizia arrivò tra noi ragazzi. A dire il vero si era già sparsa i giorni precedenti: si diceva che la nipote della Signora Borracci sarebbe venuta a farle visita per qualche giorno. Si aggiungevano dettagli sulla sua età, intorno ai tredici anni, il che le attribuiva un primo requisito di fondamentale importanza rendendola adatta al nostro gruppo. Sulle possibilità che fosse carina giravano altre le voci di chi ricordava di averla vista l’estate precedente sempre in visita alla zia, sembrava avesse un bel faccino e lunghi capelli lisci e castani; non erano fonti attendibili ma in quel momento bastavano a destare curiosità. Sembrava che l’anno precedente la zia non l’avesse lasciata uscire, benché “uscire” per noi significava per lo più varcare la soglia del cancello di casa e parcheggiarci sulla via a circa cinquanta metri, all’altezza del campetto di pallavolo, con le biciclette gettate a terra e i Piaggio Zip 50 e le vespe sparsi intorno a noi. Quest’anno c’erano buone probabilità che Lucilla potesse farlo, con un anno di più.

Il portavoce era soprattutto Lino, che faceva ogni giorno lunghi giri in bicicletta intorno alla lottizzazione già dal mattino presto. Non poteva venire al mare per una dermatite, quell’anno, e aveva sostituito la spiaggia con le strade sterrate intorno alle nostre case, che non erano meno roventi, la mattina, dato lo scarseggiare degli alberi. Veniva a sapere ogni novità prima degli altri e immaginandolo dispiaciuto di non poter condividere con noi le mattine al mare, benché non lo ammettesse, e vedendolo fiero dei suoi “bottini”, lo lasciavamo parlare. Ci radunavamo davanti al campetto dopo pranzo, sotto il sole rovente delle tre, cullati dal canto delle cicale, intorpiditi ma desiderosi di socializzare con i nostri coetanei e di fuggire dalle nostre case. Ci disponevamo a semicerchio, Lino seduto nel mezzo sul Ciao blu di Dalila con la schiena ricurva, e ascoltavamo le scoperte del giorno.

“Ehi, ragà” esordiva con la sigaretta fra le labbra. Mi arrivava il suo odore di fumo e di sudore misto a un dopobarba scadente. Il colorito pallido a dimostrazione della sua croce estiva, la pelle unta di protezione solare, madida di sudore e per l’andirivieni in bicicletta, il cappello con la visiera all’indietro e le braccia scarne ma dai muscoli definiti sotto la T-shirt dei Guns’n’Roses troppo grande per lui, Lino non era bello ma piaceva alle ragazze. “Perché ci sa fare”, dicevano Dalila e Anna. Mi chiedevo spesso in che cosa ci sapesse fare, ma tutto sommato ero d’accordo con loro. Tra un morso e l’altro al ghiacciolo al limone contraccambiavo gli sguardi di complicità delle due ragazzine, già molto più maliziose di me, e tentavo di interpretare i loro pettegolezzi e i risolini bisbigliati fra le labbra, senza tuttavia riuscirci completamente.

“Ho visto la macchina, è la station wagon all’angolo. Quando è arrivata stamattina passavo giusto di lì e non potevo non fare gli onori di casa” E si tolse il cappello simulando il gesto di benvenuto che aveva rivolto a Lucilla che scendeva dalla station wagon. Lucilla che entrava in casa. Lucilla che era formosa e attraente nella gonnellina di raso a balze. Lucilla che doveva già saperne parecchio, di ragazzi. Lucilla. Mentre Lino parlava io sentivo che i miei shorts a pois verdi erano decisamente da bambina e la canotta non esaltava di certo quel poco di seno che avevo. David se ne stava zitto ad ascoltare seduto sull’incedibile Vespa blu, lo sguardo fiero, le braccia incrociate e le labbra appena piegate in un sorriso beffardo. La sua fama di dongiovanni, riconosciuta dal gruppo, lo eleggeva tacitamente Colui Che Ci Avrebbe Provato. Mirko e Roberto si guardavano tra loro strizzandosi l’occhio, consapevoli delle loro scarse risorse ma ciò nonostante fiduciosi che le loro fantasie che riguardavano le ragazze potessero concretizzarsi quell’estate. Ma tutti sapevano che l’unica vera chance l’avrebbe avuta lui. Almeno per primo. E alla fine anche Lino concluse “Tra un po’ verrà qui per la partita delle sei, oppure se non arriva, potremo andare a citofonarle” voltandosi verso colui che poteva essere il suo unico complice.

L’altro alzò la spalla destra per tutta risposta. “Sì, verso le sei ci sono”. Lino era abile nel capire se una nuova ragazza poteva piacere o meno a David, e ancora di più, se sarebbe stata sua; in caso negativo, si faceva sotto. Ma non prendeva solo gli scarti, non esattamente; mentre David seduceva velocemente, sfoderando le poche mosse virili dei suoi quattordici anni, affidandosi ai muscoli abbronzati e all’ondeggiare del ciuffo biondo reso ancora più chiaro dal sole, Lino lavorava ai fianchi: ascoltava le ragazze ma senza diventare loro amico, si limitava a dare loro saggi consigli e poi si dileguava per un po’. Alla fine, passati pochi giorni di corteggiamento ed effusioni con David – in genere le storie d’amore non superavano la settimana, in modo che tutto poteva ancora rimettersi in discussione, durante l’estate – le ragazze scoprivano che aveva già adocchiato un’altra e trovavano conforto nel misterioso ma ben più accattivante Lino, chiedendosi perché non l’avessero notato subito.

“Più tardi facciamo un giretto da quelle parti” rispose David, e girando la testa in direzione di casa Borracci, incrociò il mio sguardo. Ci guardammo rapidamente e io non sorrisi né dissi nulla, naturalmente. I miei per lui erano solo due occhi che incontrava di passaggio nel ruotare la testa. Non volevo certo lasciargli intendere che invece qualcosa dalla forma simile a una spada, dritta ed affilata, mi aveva trapassato dall’inguine a salire, attraversato lo stomaco ed arrivato fino alla gola. Sentii la sensazione di essermela fatta addosso. Per un attimo impercettibile mi guardai intorno per capire se qualcosa di tutto questo fosse visibile, ma per fortuna nessuno badava a me. Il gruppo si stava disgregando, ciascuno preso da un nuovo interesse fino alle sei, l’ora della partita di pallavolo. Quando anche io mi avvicinai alla bicicletta, vicino a quella di Dalila, non riuscii a evitare la sua provocazione, che in cuor mio avevo temuto, “Guarda che si vede che David ti piace da impazzire”.

 

Avevo deciso di accogliere Lucilla con la tipica affabilità e complicità femminile che mi contraddistinguevano per darle il benvenuto nel gruppo. Sapevo cosa significasse inserirsi fra ragazzi e ragazze già affiatati fra loro, quali ansie mi avevano resa titubante l’estate precedente, quale indecisione nel parlare mi avesse inizialmente bloccato. Fu Livio, un amico dei miei, a farmi rompere il ghiaccio dei miei tredici anni, dicendo che per la mia età non dovevo starmene a casa. Era venuto un pomeriggio a prendere il caffè a casa nostra, ed eravamo tutti seduti in veranda. Mentre i grandi parlavano del pozzo dell’acqua che non funzionava e dei lavori che sarebbero iniziati a breve, Livio colse la mia noia e mi disse che dovevo stare con i ragazzi, i miei coetanei. Qualche ora dopo passò a prendermi e mi portò a casa di Anna, doveva passare dai suoi genitori per raccogliere dei consensi sui lavori al pozzo. Livio fece un cenno con la testa alla ragazza indicandomi. Lei mi venne incontro.

“Ciao! Sto andando al campo. Vieni con me?” Mi disse lei, e ripassandosi il lucidalabbra mi sorrise.

“Va bene” risposi. Lungo la strada verso il campo ci eravamo già raccontate delle reciproche vite sui banchi di scuola, scoprendo che anche in città abitavamo in zone piuttosto vicine. L’inverno successivo non ci aveva allontanate e l’estate dopo eravamo ancora unite, ma si era aggiunta Dalila. Aveva due anni in più di noi e vantava già diversi fidanzamenti al suo attivo, e nonostante la sentissi distante da me per la sua frivolezza che a me mancava del tutto, mi incuriosiva.

 

Alle sei eravamo tutti di nuovo al campetto; iniziava il torneo quel giorno e per primi avrebbero giocato i più grandi, coetanei di mia sorella Angela, che aveva sei anni più di me. Io, Anna e Dalila sedevamo a gambe incrociate sull’erba a lato del campo di pallavolo aspettando l’inizio della partita.

“Mia sorella dice che stasera vanno a prendere le birre da Maury’s e poi vengono tutti qui al campetto con i teli da mare. La sera spengono le luci più forti. Si dovrebbero vedere bene le stelle”. Anna annuiva con approvazione. “Si può fare. L’anno scorso ci siamo sdraiati tutti vicini, perchè a quell’ora cavolo se fa freddo. David è venuto a mettersi sul mio telo, mi si è appiccicato addosso così tanto che sentivo il suo alito che sapeva di birra. E ho contato otto stelle cadenti.”

“Prima però arrivano a piedi fino all’ultima strada, per i cocomeri” aggiunsi masticando la gomma alla fragola. Volevo essere con i più grandi, gli amici di Angela, e contare tante stelle; ma l’idea che il programma fosse una scena già vista, considerate le possibilità del posto, diminuiva il mio ingenuo entusiasmo per la notte di san Lorenzo.

“Però non è come al mare. Al mare sarebbe un’altra cosa.” Disse Dalila.

“E’ troppo lontano, e poi non ci sono posti in motorino per tutti.” Risposi incerta, ma con un filo di speranza; forse avevamo la stessa voglia di evadere.

Assecondai Anna che parlava di come potevamo organizzarci, mentre guardavo di continuo verso l’ingresso del campetto, quando tra la folla che si stava facendo sempre più fitta di spettatori vidi venire avanti la ragazza che doveva essere Lucilla. Era con sua zia, che si incamminò nella nostra direzione; quando la Signora Borracci si fermò a  chiacchierare con altre signore, tra cui mia madre, la nipote si staccò da lei e venne a sedersi vicino a noi, poggiando il mento sulle ginocchia.

“Ciao, io sono Linda. Come ti chiami?” mentendo perché lo sapevo.

Lei era molto più scaltra di me, disse solo “Lucilla” e poi si avvicinò a noi strusciando il sedere sul prato. Corrispondeva abbastanza alla descrizione che Lino aveva fatto di lei: capelli lisci, castani e lunghi; era abbastanza corpulenta e già formosa per la sua età, io in confronto ero un ramoscello che tardava a fiorire ma ancora non sentivo alcun tipo di competizione fra ragazze. Le mie amiche si presentarono. Anna con la sua allegria fresca, che nemmeno la vicinanza con il sarcasmo di Dalila poteva snaturare, la invitò subito a venire con noi quella sera.

“San Lorenzo è la festa più bella dell’estate, in genere restiamo fra di noi e ci facciamo un sacco di risate, soprattutto grazie a Mirko che si mette a fare le imitazioni dei ragazzi più grandi, e poi succede sempre qualcosa di cui parlare per un po’ di giorni.”

“Sì? Come ad esempio Roberto che vomita dopo aver bevuto la birra scadente di Maury’s. In realtà è sempre la solita solfa, non aspettarti i fuochi d’artificio. Comunque io sono Dalila.”

“Piacere. Beh grazie per l’invito, penso di venire.”

Il fischio di fine primo tempo segnava la vittoria della squadra Blu. Angela e le amiche esultavano. “Se vuoi ti passiamo a prendere, tanto ci passiamo, davanti casa tua!” dissi a Lucilla mentre si alzava per andarsene, facendo un piccolo sforzo sulle gambe affusolate prima di pulirsi la gonna dai residui di fieno.

“Oh! Grazie ma ho già un passaggio.” Si girò verso la strada e i suoi occhi raggiunsero quelli di qualcuno che la stava aspettando, appoggiato al muretto di cinta del campetto. Quindi si voltò di nuovo verso di noi con un sorrisetto. “A stasera!” squittì sicura e si incamminò a passo svelto facendo svolazzare le pieghe della gonna, improvvisamente interessata ad altro.

“Chissà di chi si tratta” insinuò Dalila che ridacchiando, alzò un braccio in segno di saluto. “A stasera, certo.” le disse, e mi sentivo i suoi occhi addosso, mentre avvampavo vedendo la vespa di David sfrecciare via con Lucilla seduta dietro.

 

Il clacson della bicicletta di Anna gracchiò un po’ di volte prima che io mi rendessi conto che mi stava aspettando. Catapultandomi fuori casa diedi un bacio a mia nonna, che seduta in veranda, guardava in televisione un programma di canzoni dei suoi tempi. “Ciao nonnì!” le dissi a voce alta e raggiunsi Anna.

Al campo c’erano già Mirko e Roberto, Dalila e Lino. Buttammo le biciclette  a terra e ci unimmo a loro.

“Si va tutti a prendere i cocomeri all’ultima strada, poi torniamo qui. David è già stato da Maury’s a comprare birre e cibo con un amico di Angela che ha la macchina”. Ci informò Roberto.

“Un programma esilarante” disse Dalila.

“Ecco Angela insieme agli altri” aggiunsi io.

Mia sorella avanzava mano nella mano con il fidanzato di quell’estate,  insieme a un’altra decina di ragazzi loro coetanei si fermarono vicino a noi, poi si aggiunsero anche David che senza suscitare troppo stupore scese dalla vespa con Lucilla; eravamo tutti presenti e si chiacchierava a gruppetti di tre e di due, finchè qualcuno dei grandi gridò “Oh, andiamo? La strada è lunga!”

Ci incamminammo lentamente, e la nostra Festa di san Lorenzo ebbe inizio.

 

La strada verso il campo di cocomeri era completamente buia. Di giorno si potevano vedere ai lati i campi incolti disseminati di grosse balle di fieno e i rovi di more a ridosso dei fossi che si estendevano per tutta la lunghezza della strada fino all’incrocio con la Migliara. Ma di notte c’era il nulla, e mentre i nostri genitori ancora chiedevano preventivi per far installare dei lampioni anche da quelle parti, i nostri punti di riferimento erano  i cancelli di ingresso di qualche vecchia casa di campagna e qualche orto illuminato da una lanterna. Il terreno di Bonetti, il contadino che possedeva i cocomeri, era dopo la cancellata rossa di un garage, a circa cinquecento metri di strada dall’uscita della lottizzazione. Non passavano quasi mai automobili, ma per prudenza camminavamo in fila indiana o al massimo a coppie, e chi stava davanti, a guidare il gruppo, intonava canzoni o raccontava barzellette.

Anna si era messa a chiacchierare con Mirko muovendo il corpo in modo più sinuoso del solito, visto che quell’anno lui le piaceva un po’. In fondo non sarebbero stati una brutta coppia, pensai. David, Lino e Lucilla erano più avanti. Io ero in fondo al gruppo, dietro di me dei ragazzi che conoscevo poco parlavano di sport. Percepivo la presenza di Dalila accanto a me dal fumo della sigaretta che mi arrivava; il frinire dei grilli e le stelle libere di brillare indisturbate dalla luna riempivano tutta la notte e i nostri pensieri. Eravamo silenziose ma vicine.

Poi le gambe mi si bloccarono di colpo. Mi lasciai superare dagli ultimi della fila e dai loro commenti calcistici e restai a guardare fissa avanti a me, con una smorfia sulle labbra, lo stomaco contratto.

“Linda, che hai fatto?” mi chiese Dalila.

Senza girarmi a guardarla le toccai un braccio “ Si stanno baciando.” Lei si girò verso il gruppo e vide la scena del bacio. Alzò solo un sopracciglio “Ed è arrivata solo stamattina, la femme fatale.”

Non risposi e smisi di camminare mentre il gruppo cominciava a diventare sempre più distante da noi. Non poteva essere durato che qualche secondo, eppure non avevo altre immagini davanti agli occhi se non quella dei loro corpi vicini. Non ce la facevo a seguirli ancora. Dalila assunse un’espressione assorta, la fronte corrugata e le labbra un po’ sporte in fuori.

“Senti, ho un’idea. Dai vieni con me”.

Mi scossi improvvisamente dal mio torpore solo quando mi resi conto che Dalila mi stava già trascinando tenendomi per mano. La guardai senza capire, lei mi sorrise e per la prima volta mi sentii protetta da lei. Raggiungemmo quasi correndo il punto dove avevamo lasciato biciclette e motorini,  Dalila muovendosi freneticamente prese delle birre e delle patatine dalle provviste che erano state lasciate al campetto e le infilò nello zaino.

“Al diavolo tutti. Sali.” Buttò la sigaretta e mi fece un cenno con la mano di montare dietro al Ciao. Salii e lei partì accelerando subito.

Dopo la Migliara, la strada verso il mare era un pozzo d’oscurità. Mi strinsi a lei sospirando con la testa di lato, non avevo freddo. Avevamo tredici e quindici anni e stavamo scappando via dal branco. Sorrisi fra me e me.

Al Chiosco non c’era nessuno. Ci sedemmo sfinite dal viaggio sull’unico telo sulla spiaggia deserta a parte qualche gruppetto di persone piuttosto lontane. Dalila aprì una birra e me la passò  e io tracannai finché potei, poi mi stesi sul telo ruttando.

“Ahahahh! Stupidi, loro e i cocomeri” e tracannò dalla mia stessa bottiglia. Risi anche io.

“La vuoi una sigaretta? Ti rilassa.” Disse mentre già me la porgeva. Tirai più a lungo del dovuto, rimasi inchiodata sul telo da mare. Le riserve fra noi erano svanite, ci mettemmo con le teste vicine e iniziammo a raccontarci di tutto. Erano le onde del mare a cullarci, adesso.

Una mia risata improvvisa risuonò con un suono esagerato in quel silenzio tanto che Dalila sgranò gli occhi. Rispose urlando al mare con un grido liberatorio e iniziò una specie di sfida. Io piegata sul fianco non riuscivo a smettere di ridere. Una stella! Lì! Indicai un punto imprecisato nel buio che avvolgeva cielo e mare. Seguimmo insieme la parabola della sua discesa e poi riprendemmo a parlare.

E così per per cinque, dieci, cento stelle, più tenui,  più grandi, più luminose, vere o inventate. Ad ogni stella facevamo un segno sulla sabbia con le cicche di sigarette.

E mentre le stelle con la loro magia interrompevano il fluire costante delle nostre parole con improvvisi OOOH di stupore, noi, fragili e impotenti davanti a quello spettacolo, con in bocca il sapore amaro delle prime delusioni della vita, ce ne stavamo sdraiate immobili nell’infinito della notte.

 

 

Alessandra Guenci

 

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