Fermare un fiume con una mano

Spesso mi fermavo a osservarla.

Guardavo il suo profilo mentre eravamo sedute in cucina. Rivolta verso la finestra, fissava un punto davanti a sé in modo talmente assorto da farmi chiedere cosa meritasse tanta attenzione, e giravo anche io la testa nella stessa direzione. Ma in strada c’era il solito viavai di persone e la familiare insegna al neon del ferramenta ad illuminare la via semibuia nei pomeriggi d’inverno.

Mi voltavo di nuovo verso di lei, e capivo che era nella sua mente che si svolgeva tutto. Era lì che prendevano vita le forme che vedeva, che correvano, urlavano, ridevano le persone che ogni giorno intralciavano i suoi passi. Prendendo consapevolezza di questo, tiravo un sospiro. Mi avvicinavo a lei per osservarla più da vicino, a pochi centimetri dal suo viso: potevo sentirne il respiro, l’odore.

Gli occhi erano come due fessure appesantite dalle palpebre. La loro particolarità consisteva nell’accompagnare gesti e movimenti con guizzi rapidi e venati di ironia, che le conferivano un’aria beffarda. Di una lucentezza disarmante, profondi, liquidi e vivi com’erano, parlavano per lei. Mi ostinavo a cercare quella stessa lucentezza anche adesso e mi sembrava di riscoprirla intatta, nonostante l’avvilimento dovuto al peso di un corpo stanco e fragile. Vi leggevo domande, sconcerto; mentre mi fissavano sembravano supplicarmi di dare una risposta allo stato delle cose. Allo stato in cui era lei, a quell’improvviso rallentamento di ogni gesto, a quell’incapacità di espressione, all’incomprensibile cambiamento della percezione. Forse ero io che volevo vedere quella luce nei suoi occhi.

Negli ultimi tempi la bocca era deformata, semiaperta, sempre in cerca di parole adatte. Il collo rivelava un rilasciamento della pelle che, subito dopo il mento, penzolava dolcemente tra tenere grinze. Le mani non erano mai del tutto aperte e quando le prendevo fra le mie svelavano piccole superfici calde di pelle tenera e delicata, come quella di una bambina. Si muovevano con piccolissimi gesti alla ricerca dei movimenti che fino a poco tempo prima le erano appartenuti, allo scopo di ricambiare le mie attenzioni con altrettanti segni di affetto.

I capelli erano ispide e bianche nuvole sopra la fronte ampia e liscia, sempre pettinati con cura grazie alla costanza di non tradire le piccole abitudini quotidiane a lei care. Sin da piccola la aiutavo in quella che le doveva sembrare una complicata impresa: pettinare i capelli nella parte posteriore della testa, dove non poteva arrivare da sola. Facendola sedere di fronte allo specchio per lasciarle controllare quello che facevo, le sistemavo i capelli nella solita foggia.

Anche poi, costretta a letto, non esitava a chiedermi: “Nì, come stanno i capelli?” e io la rassicuravo “Stai tranquilla, te li pettino io”. Alla fine le strappavo un sorriso e per un attimo mi sembrava davvero felice.

Posso rivederla in questo preciso momento, in piedi davanti al grande specchio del bagno, mentre con aria severa e frettolosa si riavvia i capelli con il pettine, quel pettine sempre fuori posto che cercava per tutta la casa. Posso sentire la sua risata mentre tiene i piedi in ammollo nella vecchia tinozza, seduta all’ombra del pino nel giardino della casa al mare. Posso sentire l’odore delle sue mani, di basilico fresco dopo aver cucinato o di candeggina dopo aver lavato i panni nella vasca da bagno.

***

La macchina di mio padre si avviò frettolosamente per non perdere di vista il carro funebre. Eravamo entrati in auto senza dire una parola, come automi, e lui aveva ingranato la marcia, premuto il piede sull’acceleratore ed era partito. Seduta davanti mia madre si è messa a cercare nella borsa un fazzoletto pulito. Erano le due di pomeriggio, il sole picchiava e dai finestrini si respirava la prima aria d’estate con la sua atmosfera pigra e lenta. Pensai che si era concluso solo un capitolo di quella giornata, quando ci lasciammo definitivamente alle spalle la camera mortuaria.

Non c’era gente in giro, solo alcuni turisti paonazzi di sole con le macchine fotografiche appese al collo alla ricerca di un po’ di riparo, nelle poche zone d’ombra che si erano formate nella grande Piazza di San Giovanni. Rivolsi l’attenzione ai miei abbozzando un sorriso per dissimulare le sensazioni che provavo, ancora nuove, e la conversazione scivolò su altro, sul caldo, sui bei negozi del viale che stavamo percorrendo. Parlammo in modo rapido e quasi allegro, addirittura ridendo. Per pochi minuti fu come ignorare il motivo per cui eravamo tutti lì.

Mia sorella Lara era arrivata in chiesa poco prima del carro funebre; quando le passammo davanti, la vidi che intratteneva i parenti e gli amici già arrivati. Mentre sfilavamo con la macchina i nostri sguardi si incontrarono per una frazione di tempo che sembrò lunghissima; fu difficile definire la luce che c’era nei suoi occhi e mi chiesi come poteva sentirsi, come se ci fossero diversi modi di vivere quel momento, ma sapevo che noi due condividevamo un linguaggio comune fatto di ricordi e di parole dal quale le nostre personalità non potevano prescindere. Parcheggiammo e ci buttammo nella mischia, senza essere minimamente preparati, com’era stato fino ad allora. In pochi minuti la celebrazione ebbe inizio e mi ritrovai seduta in prima fila tra mio padre e mia sorella. Nel piccolo corridoio centrale, alla nostra destra, c’era la bara, che Lara poteva quasi toccare, bastava allungare una mano. Lei era sconvolta. Il dolore, che aveva evitato di esternare per tutto il periodo della malattia della nonna fino a quel momento, ora le esplodeva in viso. Le misi il braccio intorno alle spalle e lei si lasciò coccolare da me per pochi minuti, come raramente aveva fatto in vita sua, forse mai.

Mio padre e mia madre cercarono a fatica di controllarsi, spostando la loro attenzione ora sulla busta delle offerte, ora su frasi che si sussurravano tra di loro. Ciò nonostante mio padre pianse, e mentre me ne meravigliavo, perché non mi era mai accaduto di vederlo piangere un pianto così libero come in quel momento, cinsi anche le sue spalle. Io ero visibilmente imbarazzata, così esposta in prima fila agli occhi del parroco, perché non riuscivo a ripetere una sola parola dell’omelia.

Dopo gli abbracci, i ringraziamenti e le strette di mano, nel giro di pochi minuti ci siamo ritrovati soli tra di noi, ed eravamo maschere deformate da smorfie di dolore, gli sguardi smarriti alla ricerca di reciproca consolazione. Di nuovo ci infilammo in macchina e ripartimmo diretti al cimitero, dove per la prima volta avrei assistito alla tumulazione. In passato lo avevo creduto un procedimento formale destinato solo ai grandi della famiglia, ma questa volta ero decisa a seguire mia nonna fino all’ultimo momento possibile. Era come dilatare il tempo della sua vita terrena ancora di qualche millesimo di secondo.

Al cimitero fummo spettatori immobili di uno spettacolo di cruda brutalità che si svolse con un suo ritmo autonomo. In piedi sul pavimento sterrato di fronte al muro di cemento, sotto il sole delle tre di un torrido pomeriggio, gli occhi semichiusi per il chiarore del cielo e per la stanchezza, osservammo gli addetti ai lavori. Il cigolio del carrello elevatore spezzò per alcuni secondi il silenzio che ci circondava, facendoci rabbrividire. Quando la bara traballando ebbe raggiunto la cavità di cemento a lei destinata, sentii il dolore affiorare come un’onda improvvisa fra le costole. Durò per alcuni lunghi secondi, in cui chiusi gli occhi e mi feci piccola per lasciarmi attraversare. Mi sembrò che alcuni pezzetti di me si stessero staccando; quando quel momento fu passato, mi accorsi che anche gli altri intorno a me erano ammaccati, segnati.

Prima di ripartire ci fermammo ad un distributore di bevande fresche per placare la sete. Era finita ormai, l’epilogo che avevo immaginato spesso negli ultimi tempi era stato scritto.

Sorridendo tra me e me pensai che avevo avuto una grande nonna. Consolata dai miei stessi pensieri, mi voltai verso i miei. Mi sembrò di notare anche nei loro sguardi una nuova serenità. Eravamo anche cambiati. Con quella sensazione appena ritrovata, salimmo silenziosi in macchina diretti verso casa.

Alessandra Guenci

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